Selezionati per voi

Lo sciopero della fame di Angelo Niceta e lo svilimento del ruolo dei Testimoni di Giustizia

Angelo Niceta è un ex imprenditore palermitano che, a partire dalla fine del 2013, ha svelato ai magistrati della Procura di Palermo importanti fatti sulle collusioni tra mafia e imprenditoria. Oggi con lo sciopero della fame protesta contro uno Stato che è venuto meno al patto di protezione garantita ai Testimoni di Giustizia.

Manfredo Gennaro 19 Giugno 2023

L’indecente tentativo di celebrazione della memoria di Silvio Berlusconi evidenzia il radicamento del berlusconismo in termini di degrado della vita pubblica e della convivenza civile e la sua sopravvivenza alla persona fisica di Berlusconi.

Per fare un esempio, in onore delle battaglie del Cavaliere, il Ministro della “Giustizia” Carlo Nordio ha proposto un pacchetto di (contro)riforme, in seguito approvato dal Consiglio dei Ministri come Ddl di iniziativa governativa, che prevede la cancellazione tout court del reato di abuso d’ufficio dal codice penale e il depotenziamento delle misure cautelari a tutto vantaggio di corrotti e colletti bianchi, che dovranno essere “avvertiti” almeno cinque giorni prima dell’esistenza di una richiesta di arresto nei loro confronti per poter rendere interrogatorio. L’Italia rischia di diventare l’unica “democrazia” al mondo in cui il pubblico ufficiale che, violando la legge, “intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto” non commetterà un fatto previsto come reato.

Ma tra le indecenze che questo governo sta producendo vi è anche lo smantellando in corso dei principali strumenti di contrasto giudiziario alla mafia e alla criminalità dei potenti, in particolare lo svilendo il ruolo dei Collaboratori e Testimoni di Giustizia ad alto rischio e delle tutele riconosciute ad essi ed ai loro congiunti.

A riguardo, è particolarmente emblematica una vicenda che è stata completamente rimossa dal dibattito pubblico e che dimostra la devastazione politica indotta dal berlusconismo: lo sciopero della fame che sta conducendo ormai da 77 giorni il Testimone di Giustizia palermitano Angelo Niceta, nel totale disinteresse di quel che resta dell’informazione.

Angelo Niceta, Testimone (troppo) scomodo degli “affari di famiglia” di un pezzo della borghesia palermitana: una storia che non possiamo permetterci di non conoscere

Angelo Niceta è un ex imprenditore palermitano la cui storia è sintomaticamente sconosciuta ai più, ma merita invece un ampio approfondimento pubblico.

L’attendibilità di Angelo Niceta è stata asseverata non solo dal fatto che più magistrati abbiano richiesto nel tempo il programma di protezione per Angelo (Di Matteo, Padova, Lo Voi, Scarpinato), ma anche dagli stessi giudici del settore Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo[1].

A partire dalla fine del 2013 Angelo Niceta ha svelato spontaneamente e senza trarne alcun vantaggio personale – è incensurato ed estraneo alla mafia – ai magistrati della Procura di Palermo, importanti fatti sulle collusioni tra mafia e imprenditoria.

Una figura e luogo del limite anche per gran parte del mondo dell’antimafia, perché laddove si rappresenta l’organizzazione mafiosa, secondo un depistaggio culturale ormai imperante, come un corpo estraneo alla società e alle reti di potere, costituita da improbabili criminali che non sanno leggere e scrivere in italiano corretto, si può anche determinare un consenso dell’opinione pubblica. Laddove, invece, si denuncia, indicando con nomi e cognomi, il suo radicamento in una società civile, imprenditoriale e politica come quella palermitana che, dai tempi dei Salvo e anche prima, vive di collusioni e ibridi connubi, ciò appare come pretesa inaudita.

Angelo Niceta ha inoltre posto l’accento su un tema altrettanto scomodo: il progetto di delegittimazione della Legge Rognoni-La Torre in tema di sequestri e confische, particolarmente pregnante nel momento in cui, nell’ambito dell’economia finanziarizzata neoliberista, i flussi finanziari movimentati dalle mafie grazie ai proventi del narcotraffico rivestono un peso specifico sempre più decisivo.

Una “protezione” caratterizzata da troppe “anomalie”

Nel 2013 la Procura di Palermo chiese per Angelo Niceta e i suoi familiari, considerando a rischio la loro sicurezza personale a causa delle dichiarazioni di Angelo, l’inserimento nel programma di protezione del Ministero dell’Interno in qualità di Testimoni di Giustizia.

Subito dopo essere stato traferito in località riservata insieme alla famiglia, tuttavia, ad Angelo Niceta venne comunicato, senza che ad oggi sia mai stata fornita la motivazione, che egli era stato inserito nel programma di protezione in qualità di Collaboratore di Giustizia. Una qualifica del tutto impropria che Angelo non poteva accettare, essendo invece stato distrutto dalla mafia e non essendo un soggetto che collabora con la giustizia per trarne vantaggi processuali, come appunto i Collaboratori di Giustizia.

Angelo Niceta decise quindi di far ritorno a Palermo e rinunciare al programma come Collaboratore di Giustizia. Nel frattempo Angelo continuò a collaborare con la giustizia e il 13 maggio del 2016 depose al processo in corso a Palermo sulla Trattativa Stato-mafia.

Solo nel 2017, dopo uno sciopero della fame di 42 giorni e una nuova richiesta di ammissione nel programma di protezione riservato ai Testimoni di Giustizia firmata dall’allora Procuratore di Palermo Franco Lo Voi e dall’allora Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato, verrà asseverato definitivamente il suo ruolo di Testimone di Giustizia.

Il programma di protezione per i Testimoni di Giustizia è stato pensato per permettere a quei cittadini che per dovere civico collaborano con la giustizia e si trovano esposti a rischi per la propria sicurezza ma anche ad isolamento economico e sociale, di essere protetti dallo Stato e porre le basi per riprendere la propria vita.

Proprio quello che non è accaduto per Angelo Niceta e la sua famiglia che, trasferiti nuovamente nel 2017 in località protetta, sono rimasti per due anni in una condizione semiclandestina, senza che la Commissione Centrale del Ministero deliberasse, come prevede la legge entro il termine perentorio di 90 giorni, il “programma di protezione” definitivo.

Ma Angelo Niceta ha rilevato anche una serie di anomalie che sono accadute da quando è Testimone di Giustizia. A fronte della necessità di mantenere con l’assegno mensile passatogli dallo stato un nucleo familiare di 6 persone (oltre ad Angelo, la moglie Rosalba e 4 figli), Angelo Niceta denuncia di vivere insieme alla sua famiglia in condizioni al limite della soglia di povertà, impossibilitato perfino al proprio sostentamento e quello dei suoi familiari, in seguito alla mancata o gravemente ritardata erogazione di parte non irrilevante dei rimborsi previsti dalla legge (per le spese sanitarie e l’istruzione dei figli) e alla solo parziale e ritardata rivalutazione dell’assegno mensile secondo i parametri Istat, a differenza di quando prevede la legge.

Nella primavera del 2021 la moglie di Angelo Niceta, Rosalba, si è ammalata di una grave patologia cardiaca. Nell’agosto del 2021 dagli scarichi dell’abitazione concessa in uso ad Angelo Niceta ed alla sua famiglia, inizia a sgorgare liquame. Angelo Niceta non può chiamare direttamente un idraulico, secondo le regole di sicurezza imposte ai Testimoni di Giustizia, ma avvisa immediatamente il Servizio Centrale di Protezione perché provveda ad attivarsi per la riparazione. Ma l’intervento verrà effettuato solo a settembre del 2021, lasciando per quasi un mese una famiglia con una persona malata, cui era stato appena prescritto “riposo assoluto” e di evitare qualunque tipo stress, in un’abitazione inagibile dal punto di vista igienico. La patologia cardiaca di cui soffre la moglie di Angelo Niceta, forse anche a causa di questi eventi, si è in seguito cronicizzata.

Un altro fatto rilevante è accaduto nel 2023, quando alcuni soggetti si sono introdotti mediante effrazione nell’abitazione di Casteldaccia di proprietà del figlio di Angelo Niceta, in quel momento non abitata ed in cui già in precedenza si erano introdotti estranei per frugarla, asportando importanti ricordi come l’abito da sposa della moglie e alcune foto ricordo, spargendo escrementi per terra, vandalizzando e devastando completamente l’interno dell’abitazione. Ma il fatto non riceverà alcuna attenzione pubblica e tantomeno alcuno esprimerà solidarietà alla famiglia Niceta. A quanto è noto, nessuna misura di sicurezza è stata adottata per impedire che fatti simili si ripetano.

La figura del “Testimone di Giustizia” sottoposto a “speciali misure di protezione”

Il riconoscimento giuridico della figura del Testimone di Giustizia che rende dichiarazioni in particolare su fatti di mafia, che lo espongono ad un pericolo “grave, concreto e attuale”, insieme alla possibilità di prevedere speciali misure di protezione a tutela dello stesso e dei suoi familiari, finalizzante anche al reinserimento sociale e lavorativo, è stato introdotto per la prima volta dalla Legge n. 82 del 1991, fortemente ispirata da Giovanni Falcone.

Tale Legge ne delimita anche giuridicamente la figura, distinguendola nettamente da quella del Collaboratore di Giustizia: Testimone di Giustizia è chi rende dichiarazioni (in qualità di persona offesa o di persona informata sui fatti) senza trarne alcun beneficio processuale[2]. Il sistema di protezione per Testimoni e Collaboratori di Giustizia è stato poi parzialmente riformato con la Legge n. 6 del 2018.

Ma è soprattutto dal punto di vista dell’attuazione pratica delle normative esistenti, demandata espressamente dalla legge al Servizio Centrale di Protezione, organo di polizia interforze del Ministero dell’Interno, che si rilevano le maggiori criticità. Troppi sono stati in questi anni i casi di Collaboratori e Testimoni di Giustizia che hanno denunciato pubblicamente situazioni di grave degrado, in cui l’applicazione di quanto previsto dalla normativa era talora gravemente disattesa.

La pur necessaria riservatezza che avvolge tutto ciò che riguarda Testimoni e Collaboratori di Giustizia è sempre ad un passo dal rischio di sconfinare nella mancanza di trasparenza, nell’arbitrio e in situazioni caratterizzate da un difficoltoso controllo di legalità. Il vero pericolo non è solo quello di una gestione burocratica inefficiente, ma che in alcune situazioni soggetti particolarmente fragili ma depositari di importanti ed irrinunciabili conoscenze per la lotta alla mafia possano essere soggetti a condizionamento.

È bene ricordare che i Testimoni di Giustizia di cui stiamo parlando sono cittadini incensurati per i quali la magistratura ha chiesto, in seguito alle dichiarazioni rese, ritenendo la loro incolumità gravemente a rischio, il trasferimento in una località protetta e speciali misure di protezione. Persone e nuclei familiari, dunque, che si trovano, solo per aver fatto il proprio dovere fino in fondo, la vita stravolta, sradicati ex abrupto dal contesto sociale in cui avevano vissuto in precedenza e nella necessità di dover ricominciare tutto da capo in un luogo completamente diverso, con le enormi difficoltà che tutto ciò comporta.

Si deve infine osservare che attualmente i Testimoni di Giustizia sotto protezione in Italia, secondo l’ultimo dato ufficiale risalente al secondo semestre del 2021, sono complessivamente 54[3]. Una spesa, dunque, pressoché irrisoria in termini macrosistemici per lo Stato, a fronte di un investimento fondamentale, sia per le importanti acquisizioni conoscitive e le inchieste delicatissime che tali testimonianze permettono, sia dal punto di vista della esplicitazione di un’effettiva volontà di combattere davvero mafie, sistemi criminali e altre forme evolute di criminalità, tutelando chi coraggiosamente rompe il muro dell’omertà.

Lo sciopero della fame e il dovere etico di non ignorare i temi posti

Lo sciopero della fame è una forma di protesta estrema nonviolenta, che prevede una specie di “ricatto morale” per richiamare l’attenzione pubblica su una situazione o un tema che si ritiene avere una rilevanza generale. In questo caso a condurlo è un Testimone di Giustizia e un cittadino esemplare, come tale finora riconosciuto dallo Stato.

Angelo Niceta aveva intrapreso un primo sciopero della fame dal 21 novembre 2022 al 31 dicembre 2022, che gli causò un deperimento di 30 kg e danni epatici, per protestare contro l’insostenibile situazione in cui versava, chiedendo che fosse chiarita e, fatto non banale, il semplice rispetto delle leggi.

Confidando che lo Stato volesse porre rimedio alla situazione, aveva sospeso lo sciopero della fame il 31 dicembre 2022. Il 4 gennaio 2023 è stata presentata alla Camera dai parlamentari del M5S Stefania Ascari, Gaetano Amato ed Emma Pavanelli un’interrogazione parlamentare sulla vicenda al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, cui il Ministro, a distanza di oltre 5 mesi, non ha dato alcuna risposta.

Non ricevendo alcuna risposta da parte dello Stato e soluzione ai principali problemi posti, e constando invece l’aggravarsi della propria situazione con ulteriori anomalie, Angelo Niceta ha deciso lo scorso 4 aprile di intraprendere un nuovo sciopero della fame ad oltranza. Oggi è al 77° giorno di sciopero della fame, è deperito di 33 kg e non è iperbolico affermare che rischia la vita. In suo sostegno è stata lanciata anche una petizione pubblica.

L’altro fatto grave, oltre alla mancata risposta all’interrogazione parlamentare da parte del Ministro Piantedosi, è anche che le richieste formali inoltrate da Angelo di essere audito dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno presieduta dal sottosegretario Nicola Molteni, come prevede la Legge per i Testimoni di Giustizia, al fine di esporre le proprie ragioni e i fatti che lo hanno indotto a intraprendere tale forma estrema di protesta, non ha finora ricevuto alcun riscontro positivo.

Lo stesso Movimento 5 Stelle, i cui parlamentari hanno presentato la citata interrogazione parlamentare a gennaio, pur consapevole della situazione, non ha più assunto alcuna iniziativa politica a sostegno di Angelo e per costringere il governo Meloni e il Ministro dell’Interno Piantedosi ad assumersi le proprie responsabilità di fronte al Paese.

Nel caso di Angelo Cospito avevamo un detenuto per gravi reati che conduceva uno sciopero della fame per chiedere di cambiare la legge sul 41 bis e per protestare contro l’applicazione di tale misura nei suoi confronti; nel caso di Angelo Niceta ci troviamo invece di fronte ad un Testimone di Giustizia che chiede che le leggi esistenti siano applicate.

Sarebbe paradossale che, mentre dovrebbe essere protetto dallo Stato, Angelo Niceta dovesse venir meno senza alcun approfondimento serio, nell’indifferenza delle istituzioni, delle forze politiche, dei mezzi di informazione.

IN ITALIA ESISTE ANCORA LA LIBERTA’ DI STAMPA?

Di AA.VV.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »